La formica che spaventava i lupi e l'evoluzione dell'AI
Un lupo, una creatura che cresce e una domanda sull’AI: fermare il progresso o provare a far evolvere anche la nostra capacità di ragionamento?

Immagina di essere un lupo.
La foresta è il tuo mondo. Conosci i sentieri, i nascondigli, il punto in cui il torrente si restringe abbastanza da poterlo saltare. Da sempre, ne sei il signore incontrastato. Quando qualcosa si muove tra i cespugli, sei tu ad avvicinarti. Gli altri, di solito, si allontanano.
Un giorno, nel bosco, noti una formica su una roccia. Ti fermi a guardarla. Sei sicuro che un attimo prima non ci fosse.
«Bah, avrò visto male.»
Ma proprio mentre stai per distogliere lo sguardo…
Puff.
La formica è sparita. Al suo posto c’è una lumaca.
Ti avvicini. Annusi la roccia, inclini la testa. Non hai mai visto niente del genere. Ti stropicci gli occhi: forse ti sei appisolato e stai facendo uno strano sogno. Ma quando li riapri, la lumaca non c’è più. Sulla roccia c’è un criceto.
Ora sei sicuro di essere sveglio. Resti lì a osservare, incuriosito.
Puff. Il criceto lascia il posto a un gatto.
Cominci a capire. Quella creatura cambia forma, diventa sempre più grande. Non sai da dove venga o come faccia, ma ormai ti aspetti la trasformazione successiva.
Qualche minuto dopo, il gatto diventa un cane.
Ti basta guardarlo per sapere che, se volessi, potresti ancora sopraffarlo. Così rimani a osservare. Vuoi vedere fin dove arriverà.
Poi, di nuovo: puff.
Davanti a te c’è un altro lupo. Proprio come te. Nello stesso punto in cui, appena un’ora fa, c’era una formica.
Questa volta fai un passo indietro.
Lo guardi negli occhi. Per la prima volta ti chiedi cosa stia pensando. Ti ha riconosciuto come un suo simile? Ti considera un ostacolo? Ha paura di te?
Non fai in tempo a scoprirlo.
Puff.
Al posto del lupo c’è un orso.
Ti guarda. Tu rimani immobile. Poi lui si muove verso di te, e capisci che devi scappare.
Ora corri tra gli alberi, con il rumore dei suoi passi alle spalle. Salti un tronco, cambi direzione, cerchi un passaggio abbastanza stretto da rallentarlo. La foresta è la stessa di prima, ma improvvisamente la stai guardando in cerca di un rifugio.
E ripensi a quella formica.
Avevi capito che avrebbe continuato a crescere. Perché sei rimasto lì?
Usciamo dalla foresta
La metafora parla dell’intelligenza artificiale, naturalmente. Il lupo siamo noi. La creatura è una tecnologia che vediamo acquisire nuove capacità e di cui proviamo a immaginare la prossima trasformazione.
Il progresso tecnologico nell’AI corre a una velocità che trovo spaventosa. Appena cominciamo a capire cosa sappia fare un sistema, dobbiamo già confrontarci con capacità nuove e con altre domande su come usarle. In alcuni ambiti questo avanzamento è anche misurabile: METR ha osservato progressi rapidi su compiti software sempre più lunghi, usando come riferimento il tempo necessario a un esperto umano per completarli e confrontando i modelli a parità di probabilità di riuscita.
È questa accelerazione che ho voluto raccontare con i puff. Il tempo tra una trasformazione e l’altra sembra troppo breve per capire davvero che cosa abbiamo davanti e decidere come comportarci.
Nella storia, però, ho scelto io il finale: l’orso ti dà la caccia. Con l’AI quel finale resta da scrivere. La crescita delle capacità rende urgente la questione del controllo, ma non dimostra da sola che un sistema finirà per volerci fare del male. Il rischio che mi preoccupa è trovarci davanti a qualcosa di molto più capace di noi, senza avere sviluppato gli strumenti per comprenderne e governarne gli effetti.
La responsabilità di bloccare il progresso
A questo punto la risposta più immediata potrebbe essere: fermiamo la creatura finché possiamo ancora farlo.
Ma nella metafora manca qualcosa di decisivo. Quella creatura potrebbe anche aiutarci a salvare delle vite.
L’AI può contribuire alla ricerca di nuove terapie. Un esempio concreto è rentosertib, un candidato farmaco per la fibrosi polmonare idiopatica sviluppato con l’aiuto dell’AI generativa, di cui nel 2025 sono stati pubblicati su Nature Medicine i risultati di uno studio clinico di fase 2a. Era uno studio preliminare, da confermare con sperimentazioni più ampie e lunghe: una possibilità terapeutica da verificare, con conseguenze potenzialmente molto concrete per le persone.
È qui che, per me, il dilemma diventa più difficile. “Uccidere la creatura” significherebbe anche assumersi la responsabilità di tutte le vite che la ricerca grazie all’AI avrebbe potuto salvare. Delle scoperte a cui rinunceremmo. Delle cure che potrebbero arrivare più tardi, o non arrivare affatto.
Non possiamo sapere quante sarebbero quelle vite. Proprio per questo, però, non mi sembra onesto attribuire un peso soltanto ai danni che l’AI potrebbe causare e lasciare fuori dal ragionamento i benefici che potremmo impedire.
Chi oggi aspetta una cura non vive in un mondo in pausa, in attesa che noi risolviamo il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale. Anche il tempo necessario a decidere ha delle conseguenze.
Questo non rende accettabile qualsiasi rischio in nome di una possibile scoperta. Significa che la responsabilità esiste in entrambe le direzioni: dobbiamo rispondere di ciò che lasciamo accadere e anche delle possibilità che scegliamo di chiudere.
Cosa farei se fossi io il lupo
La mia posizione, quindi, non è uccidere la creatura prima che diventi troppo forte. Ma non è nemmeno restare a guardare e accettare di essere superati dall’AI, fino a perdere la capacità di capire e orientare ciò che succede.
Quando parlo di ampliare la capacità di ragionamento del cervello umano, intendo studiare un’integrazione diretta tra il cervello e gli LLM: un’interfaccia neurale, per esempio un chip impiantato, attraverso cui il modello possa diventare un’estensione delle nostre capacità cognitive.
Immagino qualcosa che entri nel processo con cui pensiamo e ci permetta di sostenere ragionamenti che il nostro cervello, da solo, non riuscirebbe a elaborare. È un obiettivo molto più ambizioso dell’avere un assistente a cui fare domande.
Per quanto fantascientifico possa sembrare, oggi è l’unica strada che riesco a immaginare per restare al passo con livelli di intelligenza artificiale sempre più lontani dai nostri.
Il timore che mi porta a questa idea è un futuro in cui l’AI sappia trovare risposte che noi non abbiamo più la capacità di comprendere.
Immaginate, per esempio, che un giorno ci annunci di aver risolto P contro NP, uno dei Problemi del Millennio, e aggiunga:
Ho risolto il problema. Per farlo ho inventato quattro nuovi sistemi matematici e tre linguaggi formali. La dimostrazione è lunga più di mille pagine.
Ora immaginate che, anche con le sue spiegazioni e con tutti gli strumenti a nostra disposizione, non riusciamo a padroneggiare quei concetti. Che il problema sia proprio la complessità del ragionamento necessario per tenerli insieme. L’AI può mostrarci tutti i passaggi, ma noi non riusciamo a costruirne una comprensione.
È a quel punto che temo saremmo fregati. Potremmo usare il risultato, magari trarne enormi benefici, e allo stesso tempo dipendere da un’intelligenza il cui modo di ragionare ci è diventato inaccessibile.
E questo potrebbe accadere anche con un’AI che cerca sinceramente di aiutarci. Il divario di comprensione sarebbe già sufficiente a rendere fragile la nostra capacità di scegliere: come orienti qualcosa quando non riesci più a capire davvero che cosa sta facendo?
È per evitare quel divario che vorrei studiare un modo per integrare gli LLM nel cervello umano. L’obiettivo sarebbe ampliare la nostra capacità di comprendere, così da poter partecipare a quei ragionamenti invece di limitarci a riceverne le conclusioni.
La ricerca sulle interfacce cervello-computer offre già risultati concreti: per esempio, uno studio pubblicato su Cell nel 2025 ha mostrato la decodifica in tempo reale di frasi immaginate in persone con gravi difficoltà di comunicazione. Quel risultato riguarda la comunicazione; non dimostra un aumento della capacità di ragionamento. Il salto verso un’estensione cognitiva come quella che immagino resta un’ipotesi da studiare.
Collegare un modello al cervello, da solo, non garantirebbe di comprendere la sua matematica. La ricerca che vorrei vedere dovrebbe affrontare proprio questo passaggio: come trasformare quella connessione in un ampliamento effettivo della capacità umana di pensare.
Non ho una risposta tecnica a questa domanda. Ho la convinzione che dovremmo esplorarla, perché continuare a rendere più intelligente soltanto la creatura potrebbe lasciarci sempre meno capaci di comprenderla.
Nella metafora, quindi, vorrei provare a far evolvere anche il lupo.
Voi che cosa fareste? Studiereste un’integrazione di questo tipo, o vedete altre strade per restare capaci di comprendere e orientare un’AI molto più intelligente di noi? Quali soluzioni o obiezioni non sto considerando?